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Referendum, Meloni incassa il colpo: “Occasione persa”. Legge elettorale in mirino centrodestra

di Redazione Medicina Oggi
24/03/2026
in Politica
Tempo di lettura: 5 minuti

La siepe non è quella di Giacomo Leopardi. Ma le foglie verdi e il canto degli uccellini fanno da sfondo, visivo e sonoro, al videoselfie – dall’inquadratura leggermente tremolante – con cui Giorgia Meloni sceglie di “metterci la faccia” dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia. Il primo, vero K.o. politico della leader di Fdi da quando si è insediata a Palazzo Chigi.

Sono le 16.45 quando sui canali social compare la clip di 46 secondi, girata con ogni probabilità nel giardino della sua abitazione romana: maglione grigio, tono diretto, nessun tentativo di minimizzare. La premier riconosce l’esito, ma al tempo stesso traccia subito la linea politica: noi tiriamo dritto, il voto referendario non incide sulla tenuta del governo né sul prosieguo della legislatura. Un messaggio, condiviso con gli alleati di Lega e Forza Italia, rivolto anche alle opposizioni – con in testa Giuseppe Conte – che parlano di “avviso di sfratto”.

“Gli italiani hanno deciso e noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”, scandisce Meloni, pronta a non mollare sulla legge elettorale, che va cambiata ora a maggior ragione in vista della madre di tutte le battaglie (le prossime politiche) per poi aprire la strada al premierato. Niente voto anticipato, raccontano, ma da oggi in poi, antenne dritte, per evitare incidenti di percorso. Bisogna portare a casa il record di longevità di questo esecutivo, fanno sapere ambienti vicini a Via della Scrofa.

La sconfitta brucia e non lo nasconde, la premier: “Resta chiaramente il rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia, ma questo non cambia il nostro impegno per continuare con serietà e determinazione a lavorare per il bene della Nazione e per onorare il mandato che ci è stato affidato”. Concetti che, secondo quanto filtra da fonti di maggioranza, la presidente del Consiglio avrebbe ribadito anche in un colloquio con il leader di Forza Italia Antonio Tajani. Tra i temi affrontati, quello della radicalizzazione dello scontro referendario, ritenuta uno dei fattori che hanno pesato sull’esito finale.

Il ministro degli Esteri resta chiuso nel suo ufficio alla Camera e manda avanti a commentare l’affermazione del No i capigruppo Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, che sottolineano: “È stato un voto politico, non nel merito, più di questo non potevamo fare, rispettiamo la volontà degli italiani, ora ci auguriamo che l’opposizione inizia a collaborare”. In particolare, il coordinatore della campagna azzurra per il Sì, Giorgio Mulè, ci tiene a precisare: “Non è stata una sconfitta di Fi e non muoviamo alcun rimprovero agli amici della maggioranza, non facciamo nessun processo”. Tajani preferisce affidare a una nota la sua analisi del voto: “Il popolo sovrano si è espresso, e noi ci inchiniamo alla sua volontà”, l’alta partecipazione è stata “una grande prova di democrazia”. Il vicepremier rivendica poi l’impegno del suo partito: “Noi abbiamo fatto tutto il possibile per far comprendere l’importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l’Italia più libera”.

Due i punti centrali, sottolineati dal segretario nazionale di Forza Italia: “Per l’attività di governo non cambia nulla”, questo non è un giudizio sull’esecutivo Meloni, perché il “voto sul governo ci sarà nel 2017 alla scadenza della legislatura” e “Fi sarà sempre nel centrodestra”. Infine, Tajani assicura che “la riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai ad occuparcene”, ringrazia i sostenitori e soprattutto esorta ad evitare polemiche: “Spero che nessuno usi più toni da guerra civile” e che si apra “un dialogo pacifico, sereno, attento alle ragioni della controparte”. Un monito di merito nei confronti delle opposizioni. E non solo. Raccontano infatti che qualcuno, in casa Fi, avrebbe storto il naso nei confronti di chi, nella maggioranza, avrebbe contribuito ad estremizzare la campagna.

Da Budapest interviene anche il segretario leghista Matteo Salvini: “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione. Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia. Anche per questo – conclude – il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione”.
Dalla legge elettorale al premierato, ombre sulle riforme
La netta affermazione del No getta inevitabilmente ombre sul cantiere delle riforme, dalla legge elettorale al premierato. Ma dalla maggioranza il messaggio resta quello della continuità. “Non credo che” il referendum sulla giustizia “cambi la nostra agenda parlamentare perché, come avevamo detto fin dall’inizio, le vicende attinenti alla consultazione referendaria erano sganciate”, osserva a caldo il capogruppo di Fdi alla Camera Galeazzo Bignami.
La stessa linea viene rimarcata in serata da fonti di Via della Scrofa, che ribadiscono come la legge elettorale resti slegata dall’esito del voto. Quanto al ruolo degli alleati in campagna referendaria, ciascuno avrebbe “fatto il possibile” per il proprio ambito di competenza.
E sull’eventuale peso del caso Delmastro, la valutazione è la seguente: “I punti sono talmente tanti, non è che uno perde per quello…”. Il clima, assicurano, resta sereno e orientato ad andare avanti. Analoga la lettura che arriva da ambienti di Forza Italia: “Abbiamo fatto tutti il massimo possibile”. Secondo gli azzurri, “Il problema è stata radicalizzata dal No sul discorso dell’attentato alla costituzione, pieni poteri, mani sulla giustizia. Questo ha fatto la differenza”, senza però lasciare spazio a tensioni interne: “Non ci sono recriminazioni particolari” e “noi in particolare abbiamo fatto il massimo possibile”.

Resta la consapevolezza della difficoltà dello strumento referendario per il centrodestra: “Il referendum si conferma una brutta bestia”, ammettono le stesse fonti azzurre. Sul caso Delmastro, si prova a dimensionare la portata della vicenda (“roba per addetti ai lavori”): “Secondo noi il problema è stato solo la radicalizzazione del voto. È stato mobilitato un elettorato che non andava a votare”. Guardando avanti, la linea resta quella di tenere distinti i dossier: “Legge elettorale e premierato? Sono altre partite, andiamo avanti col programma”, con la precisazione che la riforma elettorale “è fatta apposta per dare stabilità al Paese, non cambiamo idea rispetto al risultato del voto”.
L’azzurro Stefano Benigni, uno degli sherpa al tavolo elettorale del centrodestra, non ha dubbi: “Si va avanti con la riforma elettorale. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare stabilità al Paese. A maggior ragione il voto di oggi – dice il vicesegretario nazionale forzista all’Adnkronos – è la conferma che serve cambiare il sistema di voto. Così chi vincerà le elezioni, che sia il centrodestra o il campo largo, avrà la possibilita di governare il Paese sulla base di un programma chiaro. La bozza di riforma, il cosiddetto Stabilcum, è stata depositata alla Camera, due settimane fa. Ora si ricomincia, partiremo con audizioni in prima Commissione alla Camera”.
Il nodo politico del caso Delmastro resta però sul tavolo. La premier Meloni, nei giorni scorsi, ha escluso dimissioni del sottosegretario di Via Arenula, ma la vicenda continua a pesare sul clima complessivo. I riflettori restano puntati anche sulla catena di comando del ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio, con attenzione in particolare su Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto, finita nuovamente al centro delle polemiche – dopo il caso Almasri – per le frasi contro i magistrati. In questo quadro, circolano indiscrezioni su un possibile riassetto interno, con l’ipotesi di un trasferimento o avvicendamento dopo la tornata referendaria. Un dossier che resta aperto e che potrebbe avere sviluppi nei prossimi giorni. (di Antonio Atte e Vittorio Amato)

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